15 anni fa Sergio Marchionne ci metteva in guardia.
Parlava di sovraccapacità in Europa, di margini troppo bassi e della necessità di consolidare il settore per affrontare sfide globali.
Aveva anche intuito che un cambiamento radicale di tecnologia – come l’elettrico – avrebbe richiesto giganti industriali o Stati pronti a sostenere con decisione i propri campioni nazionali.
Oggi vediamo quanto avesse ragione.
La Cina ha pianificato e integrato l’intera filiera dell’auto elettrica: dalle materie prime alle batterie, fino al prodotto finito, competitivo nei prezzi e nella qualità.
Controlla il mercato delle batterie e delle terre rare, e di recente – in risposta ai dazi europei – ha introdotto un sistema di autorizzazioni per l’export di questi materiali, creando ulteriori ostacoli per l’industria europea.
Nel frattempo, il mercato auto europeo negli ultimi due anni ha perso terreno: le immatricolazioni restano circa -18% rispetto ai livelli pre-pandemia, e la produzione è ancora -20% (3 milioni di veicoli in meno). Mi sembra pure scontato atteso che un SUV cinese gemello del Q8 costa meno della metà.
E intanto la Cina, che oggi vale circa il 3% delle vendite in Europa, è destinata nei prossimi anni ad assorbirne una quota molto più importante: secondo le stime UE, entro il 2030 potrebbe arrivare al 15-20% del mercato europeo.
L’Europa, invece, anziché capire e studiare come la Cina abbia fatto – per diventare più competitiva o per trovare soluzioni più cooperative e costruttive – risponde con i dazi.
Probabilmente la scelta più miope e sterile che potesse compiere. Perché nel business, quando un tuo competitor ha fatto meglio di te, l’unica cosa intelligente che puoi fare è guardare, accettare, imparare e ripartire da zero. Non alzare barriere che non fermano nessuno.
So già che qualcuno dirà: “sì, ma la Cina non rispetta le regole, sfrutta il lavoro, abbassa gli standard ambientali…”.
È vero, ma è anche un qualcosa che noi Europa non possiamo controllare e che quindi inevitabilmente subiamo.
Proprio per questo siamo costretti a lottare e a trovare una nostra soluzione.
E una cosa è certa: quella soluzione non sono i dazi. Marchionne capì in anticipo che il futuro dell’industria automobilistica sarebbe dipeso dalla capacità di fare squadra: puntava sulla condivisione delle piattaforme produttive come strumento per abbattere i costi e rendere sostenibile la produzione su larga scala.
La verità è che ci manca una visione politica industriale.
E la cosa più grave è che si continua a insistere su scelte inizialmente sbagliate, invece di avere il coraggio di fermarsi, fare autocritica e cambiare direzione (esempio: la scelta dell’elettrico).
Non servono solo regole, servono strategie: investimenti in ricerca, filiere integrate, piani di lungo periodo.
Se l’Europa vuole restare protagonista, deve smettere di rincorrere le emergenze e cominciare a guidare il cambiamento.
Marchionne l’aveva capito. Forse è tempo che anche i nostri leader lo capiscano.