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Antonio S.

Free lance journalist @Datamanager

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IT - Il digital divide delle PMI

New economy, e-business, rivoluzione digitale, globalizzazione, spesso, anzi sempre quando si parla di IT sui media, sentiamo echeggiare queste parole.

Le grandi aziende stanno basando sempre di più i loro sistemi produttivi, amministrativi e comunicativi sulle nuove tecnologie digitali.
Internet gioca un ruolo sempre più importante nell’allocazione dei prodotti, della forza lavoro e di tutti gli altri fattori produttivi, la comunicazione e l’informazione hanno trovato nella Rete un mezzo insostituibile e ormai basilare.

Le possibilità offerte dalle ICT sono molteplici e le PMI dovrebbero approfittarne per sviluppare nuovi business , ma ciò non avviene, sopratutto in Italia c'è un grosso gap.

Purtroppo ogni giorno che passa alimenta il Digital Divide tra le PMI e le grandi aziende in termini di mancanza di accesso e di fruizione delle nuove tecnologie di comunicazione e informatiche.

Qual è il problema? Problema culturale? Mancanza di fondi o cos'altro?

http://www.antoniosavarese.it

posted October 15, 2007 in Small Business | Closed

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Answers (31)

Comincerò con un sapido aneddoto: nel 2000 lavoravo in una piccola dot com. Il capo, un signore sulla sessantina con un passato alquanto oscuro, non si sapeva nemmeno scaricare la posta elettronica da solo. Se gli si voleva dire qualcosa, bisognava scriverla, stamparla, portargliela a mano.

Cosa voglio dire: che sì, si tratta principalmente di un problema culturale. Le PMI italiane rispondono ancora a modelli operativi antichi. Sono rimaste al fax, per capirci. Ci sono, a mio avviso, diversi ostacoli. Proverò ad elencarli con un po' di ordine:

- Il rapporto costi-benefici dell'informatizzazione non è ancora chiaro. Le aziende non informatizzate (e con questo non intendo "hanno un PC e la connessione ad Internet in ufficio", ovviamente) non hanno ancora scoperto quanto si possa risparmiare in termini di efficienza ed efficacia utilizzando meglio le risorse informatiche.

- Non c'è ancora la percezione di come la rete possa portare nuovi contatti e nuove possibilità di business. Esempio banale: se ogni persona che assumo in azienda arriva tramite il passaparola, mi perdo molti potenziali candidati a un ruolo, magari meglio qualificati. Per non parlare delle partnership, o semplicemente di come essere una presenza nella rete possa concretamente generare ritorni in termini di immagine o economici, o di contatti con l'estero.

- Banale: molti dirigenti d'azienda sono relativamente anziani, e ragionano "senza computer".

Potrei andare avanti, ma il succo è che sì, è principalmente un problema di forma mentis.

posted October 15, 2007

Adriano M.

Business Intelligence & Sales Operations Analyst at BT Italia

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A mio parere il problema è prevalentemente culturale, di visione del futuro, di immaginazione creativa.
In seconda battuta ci potrebbero essere delle complicazioni date dalla mancanza di personale "dedicato a" (come invece succede nella maggior parte delle aziende corporate) e delle difficoltà di tipo economico (in tempo di crisi se devo investire lo faccio nel mio "core business" e non sugli "accessori").
In molti imprenditori vige ancora il sinonimo internet - svago (o peggio internet - perdita di tempo). Probabilmente sarà proprio questa tipologia di "digital divide" a selezionare le aziende elastiche ed aperte alle nuove tecnologie, da quelle ormai obsolete.

posted October 15, 2007

Francesco P.

Senior MMIC Designer at TriQuint Semiconductor

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A mio avviso il motivo è prevalentemente culturale. Come si è già sentito dire più volte, in generale in Italia si guarda al futuro (ed al prossimo) con poca fiducia e questo si traduce in scarsa innovazione, poca voglia di migliorare i processi o di lanciarsi in nuovi segmenti di mercato. La scarsa informatizzazione delle PMI è molto spesso figlia di questa scarsa attitudine al rischio ed all'innovazione. Mi aggancio alle osservazioni di Giulia: il rapporto costi/benefici dell'informatizzazione forse non è chiaro, ma la tendenza ad investire solo quando l'opportunità di business è chiara è un fattore culturale.

posted October 15, 2007

Eugenio L.

Serial & Social Business entrepreneur. Co-founder & Chairman at Cure Thalassemia, GM Code Architects

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Best Answers in: Direct Marketing (1), Using LinkedIn (1)

Concordo con le altre risposte, il problema è sopratutto culturale.

Pero' aggiungo che i fondi ci sono, ma la mia esperienza mi dice che molte PMI vogliono fare innovazione soprattutto se paga il contribuente (cioe' finanziamenti europei, nazionali, regionali, etc).

Pochi hanno voglia di mettere soldi propri, nonostante ne servano relativamente pochi per informatizzare un'azienda, avere un sito, un blog, etc.

posted October 15, 2007

Simone C.

P2P/Community & Co-design Advisor presso openPICUS

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Best Answers in: Computers and Software (1), Web Development (1)

In generale credo sia anche un problema commerciale, mi spiego:
Chi dovrebbe guidare le PMI, verso questo nuovo approccio?
Lo stato (magari il MAP)? Beh, lo stato non lo fa, o almeno i programmi di founding non ci riescono completamente.

Le aziende private? (piccoli integratori, SW house, ecc...) nella mia esperienza nemmeno le PMI che vendono IT sono in grado di farlo nella maggior parte dei casi. Questo perchè spesso non fanno gli investimenti necessari a poter proporre servizi a pacchetto all-in-one, magari erogati da remoto, facilmente descrivibili al cliente in termini di impatto positivo sul business e perchè spesso non hanno una forza vendite di qualità capace di intuire i fabbisogni dei clienti e di proporre le soluzioni a costi ragionevoli.

Insomma un problema culturale si, a volte, ma anche dal punto di vista dei fornitori, non solo dei clienti.

Inoltre ritengo che lo stato debba fare di più, faccio un esempio banale: quanti microproduttori alimentari ci sono in Italia? Migliaia... quanti di questi fanno e-commerce, web marketing e magari addirittura aderiscono a un sistema di e-Marketplace? quasi nessuno...

Perchè lo stato, il MAP, il MIUR, qualcuno non si impegna a produrre una piattaforma logistica integrata che aiuti questi produttori a raggiungere i consumatori, aggregare le richieste dei clienti, impacchettare trasportare e deliverare questi beni?

Mah, sarò un sognatore ;)

posted October 15, 2007

Marco P.

Contract Professor at Ferrara University and Chairman, Logon s.r.l.

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Credo che sia necessario chiarire che cosa significa "problema culturale".
Diversi aspetti concorrono a determinarlo: uno, il più evidente, è la pigrizia mentale che accomuna dirigenti, funzionari e operatori, e che implica i fenomeni, comuni in molte organizzazioni, di resistenza all'innovazione e di diffidenza verso le tecnologie digitali e di rete. Pigrizia che già ostacola le strategie di rinnovamento di tipo "tradizionale", ovvero l'introduzione di tecnologie che sostituiscono strumenti precedenti senza variare le metodologie operative: figuriamoci come si comporta nei confronti di strategie "pure", che rimettono in discussione anche le metodologie. E sul solido substrato della pigrizia si innestano le valutazioni errate, i dubbi sulla convenienza economica, la scarsa conoscenza e considerazione delle potenzialità, e tutta la pletora di motivazioni-scusanti che inducono a frenare su questo fronte.
Ma c'è dell'altro.
La nostra cultura sta compiendo un salto epocale in termini di percezione delle strutture. Ragioniamo ancora, principalmente, in termini sequenziali (quando non manichei: su quanti argomenti ci si schiera come in una competizione frontale tra due squadre e due tifoserie..), o al massimo gerarchici-tassonomici, il nostro pensiero riconosce e usa queste strutture relazionali nel collegare concetti. Ma si fa strada progressivamente, nelle nostre menti, una nuova struttura, stimolata dall'uso di link ipertestuali, dalla navigazione in Internet, dagli strumenti di interazione digitale: è la struttura a rete, la struttura che permette tutte le forme di connessioni logiche, non solo la sequenza e la gerarchia. Ritengo che un passo fondamentale nel superamento del gap culturale che chiamiamo "digital divide" sia l'acquisizione generalizzata delle strutture a rete e la loro proiezione nei molteplici settori in cui possono innovare sensibilmente: dalla gestione della conoscenza alla gestione dei flussi informativi e documentali, dalla definizione di organigrammi funzionali alla rappresentazione dei social networks.
Intendere, percepire l'organizzazione e la comunicazione che la sottende come reti interconnesse e connesse a reti di maggiori dimensioni è un salto culturale ancora irrealizzato (nonostante la sua apparente ovvietà) ed è una condizione difficilmente prescindibile per comprendere a fondo le potenzialità dell'innovazione tecnologica.

posted October 15, 2007

Fabio C.

CEO VMEngine srl

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Best Answers in: Graphic Design (1), Computers and Software (1)

Personalmente ho potuto valutare la differenza tra una Multinazionale ed una PMI sicuramente di successo ma piccola.
Nella multinazionale i compiti delle varie risorse umane sono fin troppo ben delineati, mentre nella piccola impresa le singole risorse umane svolgono fin troppe attivita anche in conflitto tra loro.
Mi spiego meglio, la multinazionale puo' permettersi di dedicare interi staff a valutare come ottimizzare infomaticamente tutti i flussi interni di lavoro, anche appoggiati da consulenti, perche' l'investimento vale decisamente molto di piu', e puo' persino permettersi di dare spazio alle risorse interne di proporre cambiamenti ed ottimizzazioni, magari togliendo tempo al proprio lavoro (vedi il 20% del tempo lavorativo che google consente ai propri dipendenti di impiegare come meglio credono).
Nella PMI il manager IT innanzitutto esiste solo se la mission dell'azienda e' nel campo IT, svolge parecchi ruoli contemporaneamente (TeamLeader,ProjectManager,Istruttore,Operatore diretto,Analista,etc) ma il tempo per fare il CIO, cioe' il tempo per valutare come ottimizzare tutti i processi interni in chiave informatica, come poter abbattere i costi con soluzioni informatiche moderne il tempo per fare dei business plan, non potra' mai trovarlo e non potra mai mostrare il rapporto costo-benefici dell'informatizzazione.
Pertanto alla fine puo' considerarsi un problema di fondi, in quanto con maggiori fondi le PMI potrebbero permettersi di aumentare il personale.
In questo so che esistono possibilita' di finanziamento e/o di agevolazioni sia a livello governativo europeo (quanto valgono?) sia da parte delle grosse (hp,dell,ibm).
Occorre pero' sottolineare anche un altro problema che e' il timore al cambiamento, timore di percorrere strade nuove che possono far fallire il modello di business fino ad allora usato.

posted October 15, 2007

Romeo B.

Contract researcher at University of Florence

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Concordo con tutto quello che è stato precedentemente detto. Aggiungo che il fatto più grave non è tanto il sessantente che non sa scaricare la posta elettronica, ma il neolaureato ingegnere gestionale che non la sa configurare e che non conosce il funzionamento di internet, di un forum, di un portale e nemmeno sa le potenzialità della rete che normalmente vengono sfruttate dai programmatori opensource di mezzo mondo.

Io credo che la digitalizzazione delle PMI passi necessariamente attraverso la costruzione di aggregazioni (finanziate o meno da fondi regionali o statali) che riescano a prendere commesse di un certo peso dalle grandi aziende (che sono poche in Italia), e che con queste riescano poi ad innescare processi di innovazione.
E' una strada dura, che si scontra con un altro problema annoso in Italia, ovvero la mancanza di volontà di collaborare tra le PMI, ma credo che sia l'unica soluzione percorribile.

posted October 15, 2007

paolo S.

CTO at Gruppo KGS

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Best Answers in: Corporate Governance (1)

In linea di principio non posso che concordare con molti di quelli che mi hanno preceduto nelle diverse analisi. Sono però dell'opinione che il problema maggiore sia un altro. Chiunque è disposto a innovare e a spendere in novità se questo gli offre un vantaggio competitivo. In Italia, scusate l'amarezza di 25 anni di mestiere, spesso il vantaggio competitivo è di natura clientelare o altro che lascio all'esperienza dei singoli. Perchè allora innovare? Perchè mettere un sito internet se si vende per canali privilegiati? Insomma, sino a che molto del lavoro non sarà giudicato per la sua intrinseca qualità e per la rispondenza a qualche vera esigenza, perchè fare sforzi inutili? La new economy, per la maggior parte dei casi, è stata una bandiera in nome della quale si sono sperperati, e ripeto sperperati, milioni di euro senza nessun interesse per i risultati finali. Un esempio? Italia.it... può bastare come emblema, ma è solo la punta di un iceberg che, chi come me lavora nel settore ICT, sa bene essere molto esteso. Ci sono anche i casi di eccellenza, ma sono ridotti e così sono ormai ridotte le capacità di riconoscere un buon lavoro rispetto ad uno scadente. E l'interesse a farlo, nel mercato interno, è ancora minore. Questo lascia il gioco nelle mani delle grandi aziende, capaci di controllare le leve necessarie e non interessate alla fascia di PMI che veramente potrebbero trovare un propulsore nelle nuove tecnologie. Ricordate quella bellissima pubblicità IBM dove l'azienda giapponese, tramite internet contatta la fabbrichetta emiliana di ingranaggi? Bel sogno vero?

posted October 15, 2007

Luca M.

eXtreme Programmer, ScrumMaster, Agile Coach

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per usare in modo creativo le potenzialità del sw e della rete a un imprenditore serve

- un'esperienza maturata dalla stretta collaborazione con tecnici, accumulata realizzando e usando sul campo una varietà di prodotti sw per il business. prima va fatta - con successo - e poi può essere tramandata. ha bisogno di una rete di relazioni tra imprenditori e tecnici.


un altro fattore che aiuta è il tipo di azienda

- che dovrebbe essere abbastanza solida da avere i muscoli - $$$ - , abbastanza sburocratizzata da essere scattante e abbastanza giovane da essere aperta a nuove idee.

una delle ragioni del ritardo in italia è sicuramente
- la scarsa circolazione di informazioni
negli anni 80 un numero di ragazzini (principalmente inglesi, olandesi, tedeschi, australiani e ovviamente americani) curiosi e intraprendenti esploravano la rete telefonica e informatica preparandosi a diventare brillanti imprenditori del settire ITC.
in quegli anni e per molto tempo ancora la rete telefonica e informatica italiana è stata un ostacolo insormontabile per questa esplorazione

posted October 15, 2007

Giuseppe C.

Business Analyst and Project Manager at C.T.R.R.C.E. (Centro Tecnico Regionale di Ricerca sul Consumo Europeo)

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Un problema culturale? Può avere il suo peso, specialmente per le PMI guidate da imprenditori vecchio stampo.

Fondi insuffcienti rispetto alle "illimitate" risorse delle multinazionali? Sicuramente sì. Se una multinazionale può permettersi investimenti opulenti che prevedono svariate figure professionali da 30.000 - 70.000 euro l'anno, per una PMI anche un solo professionista può erodere a tal punto l'utile dell'azienda da rendere l'investmento impraticabile.

Ma il vero problema, a mio avviso, è un altro: una PMI, nella maggior parte dei casi, si fonda su un mercato locale. Dunque, perchè un imprenditore dovrebbe investire "molti" soldi (in percentuale rispetto agli utili molto di più di quanto non faccia una multinazionale) quando il suo mercato di riferimento (clienti e fornitori) è facilmente raggiungibile dai propri commerciali? Semplicemente non lo fa perchè giudica il rischio troppo alto e il ROI (sul mercato già controllato) troppo basso.

Certo, direte voi, ma con un'infrastruttura tecnologica addeguata l'impresa potrebbe conquistare nuovi mercati e approvvigionarsi a costi minori.
Probabile, ma questo significa espandersi, crescere e (necessariamente) delegare. Un cambiamento di mentalità che i nostri piccoli imprenditori, abituati ancora a una gestione padronale dell'impresa, non sono pronti a seguire.

D'altra parte le piccole società locali, di nicchia, esisteranno sempre. Per alcuni imprenditori può rappresentare un punto di partenza, per altri un punto di equilibrio da non alterare.

Ma allora il digital divide è davvero un problema?

Per le imprese con mercato locale, che non hanno intenzione di espandersi troppo, direi di no. Possono raggiungere comunque un equilibrio e rimanere competitivi puntando su prodotti di qualità e "focalizzati" sul territorio, come le multinazionali difficilmente potranno fare.

Per le imprese che vogliono espandersi invece lo è. E il confronto con le grosse società non le favorisce. Infatti le nuove tecnologie consentono sempre di più di offrire servizi su misura ai clienti, tanto alle grandi quanto alle piccole imprese. Ma solo le grandi possono contare su economie di scala e ingenti risorse da investire sul fronte tecnologico.
E allora le piccole per competere devono essere più brave e più veloci a innovare, sia i prodotti sia i processi. Solo così possono sperare di espandersi sottraendo quote di mercato alle multinazionali.

posted October 15, 2007

Ilias B.

Awesome Developer at ThoughtWorks

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Non sto a ribadire le motivazioni già elencate dagli altri...

Ma vorrei sottolineare il potenziale che c'è per le nicchie di mercato grazie all'accesso alla rete... e credo sia in generale una grossa occasione per le PMI italiane

Per chi ha sentito parlare o letto "The Long Tail"
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Long_Tail

Links:

posted October 15, 2007

Luca B.

Project Manager presso ICBPI

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Rispondo, forse, fornendo altri dubbi.

Il digital divide delle PMI deriva da una serie di fattori.
Sotto il profilo culturale, rimane l'esperienza per molti (forse troppi) del computer come qualcosa di diverso e misterioso rispetto a quello che rappresenta, ovvero uno strumento di lavoro, niente di più di un tornio, un muletto, o meglio, un martello.
Rimane, come diceva qualcuno prima di me, un mercato che si apre per conoscenze, non per competenze. Chi ha mai visto (anche nella grande azienda) qualcuno fare una reale analisi dei costi nella comparazione delle soluzioni?

Il problema di fondi è reale - l'accesso al credito da parte delle imprese comporta un rischio fortissimo per il piccolo imprenditore. In Italia, non è uno scherzo, i soldi si prestano a chi li ha: questo blocca spesso sul nascere qualunque iniziativa.

Infine, c'è un reale problema di percezione del vantaggio che l'ICT porta nelle aziende. I cicli dell'informatica, perché di cicli si tratta, non riescono a quantificare i reali benefici che un imprenditore può ottenere dalle potenziatà della rete. Le PMI, nella mia esperienza, sono estremamente sensibili ai costi - e gli operatori del settore spesso non riescono a convincere sul piano del vantaggio competitivo.

posted October 16, 2007

Alessandro B.

Project Manager area Web e Multimedia - alessandro.bollati@gmail.com

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Io credo che manchi la voglia di fare. Internet e veloce ti devi preocupare poco di cosa funziona o cosa no lo fai e vedi come viene percepito/utilizzato. pronto a ripartire da li.
Si deve fare punto e poi le cose si discplinano da sole.
Ciao

posted October 16, 2007

Andrea I.

Information Security and Security Management System Manager at ENAV

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io mi porrei un'altra domanda: ma quali altri strumenti ICT sono realmente utili oltre alla posta elettronica?
costa poco, è semplice da utilizzare e manifesta chiaramente la sua potenza perchè offre, de visu, la sensazione che la nostra attività sia più veloce.

La mia affermazione è polemica nel senso che difficilmente mi sembra di indivuare tecnologie che al caro imprenditore della nostra PMI sembrano utili. Uno spunto può arrivare da Ebay dove molti negozianti hanno aperto un punto vendita e sembra che le cose vadano bene.

Se ci riferiamo alle splendide tecnologie web 2.0...beh ci vuole molto di più di una PMI, hanno bisogno di tempo per essere gestiti correttamente.

posted October 16, 2007

Umberto L.

account director & social media specialist @ ebuzzing italia

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come detto in più occasioni, è principalmente una questione culturale legata alle peculiarità strutturali del comparto produttivo delle PMI italiane. ma forse è solo (o almeno così mi auguro) una questione di tempo: seo, sem, e-commerce, direct e-mail marketing, viral marketing sono solo alcuni degli strumenti con i quali le piccole/media realtà industriali potebbero aggredire il mercato. forse le potenzialità del web e del marketing one-to-one legate alla rete devono ancora essere comprese appieno per cui gli investimenti nel www continuano a stagnare. il rischio è quello che i grandi players approfittino dell'immobilità delle PMI per creare un divario talmente notevole da rendere poi vane le spese legate a operazioni di marketing online che le PMI stanzieranno in futuro, quando la presenza attiva nel web sarà requisito fondamentale per il successo di un'azienda.

posted October 16, 2007

Saulle M.

Owner/Partner at C.E.I - Compagnia Elettronica Italiana

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Antonio, mi faccio stessa domanda 1000 volte al giorno e l'unica risposta che mi do concorda con Alessandro e Marco ed "atterra" nello sconforto di Paolo.

La risposta che ho visto maggiormente dare è "problema culturale"....... ma perchè ci nascondiamo dietro ad un dito? DICIAMOLO CHIARAMENTE, IN ITALIA CI STIAMO SEDENDO, STIAMO SPEGNENDO LE TESTE E LE NOSTRE SPERANZE. Scusa, ma la tematica mi "infervora".

Racconto la mia esperienza:
- Ho progettato una nuova rete di telecomunicazioni per la convergenza fisso/mobile (lavorando nei miei tempi liberi). Al momento di presentarla ad alcuni carriers (operatori), anticipando un "patto di segretezza" (NDA) sono passati 6 mesi e si è concluso con un punto morto, perchè nessuno delle "seconde linee" si è voluto prendere la responsabilità di firmare il documento. CASPITA
- ho depositato un brevetto su un sistema di sicurezza personale (visto che l' Italia è uno dei paesi più sicuri e si parla di violenze ai singoli tutti i giorni), presentato a grossi operatori (perchè si basa su rete mobile), ma per incontrare le persone giuste ci vogliono mesi e schiere di santi in paradiso (eppure tutti al primo approccio hanno reputato l'idea intessante).
- aziende che hanno forti percentuali di mercati internazionali, lavorano ancora HUB per risparmiare
- per un mio progetto internazionale ho chiesto un NDA il 23 marzo 2006 ad un'azienda internazionale italiana.... e lo sto ancora aspettando, l'ho chiesto ad una azienda brasiliana ed a una inglese...... beh mi ci sono voluti ben 5 gg......

La morale? Ricurvi sui nostri "orticelli" ed attenti a non fare una virgola di più (scusa la generalizzazione), ma ben attenti ed impazienti di andare a casa a vedere "le belle grazie" di qualche velina.

Come dei moderni abitanti dell'antica Roma": PANEM ET CIRCENSES"...... e si vuole ancora parlare di digital divide?

Scusa l'amaro sfogo

Saulle

Clarification added October 18, 2007:

"sbollito" l'infuoco e avendo visto le tante risposte, mi è venuta la voglia di girare "sottosopra" la domanda di Antonio (sperando che il fatto non gli dia fastidio) e di passare così dall'osservare i problemi (e magare, come hanno fatto in molti, farne un'analisi) a proposte concrete.
Ciò potrebbe essere fonte di ulteriore confronto, ma anche possibilità di scoprire l'imprenditore che c'è in noi.

Spero che Antonio non se ne abbia male se come titolo per la mia domanda, scelgo "IT - Il digital divide delle PMI - parte 2", proprio per evidenziare il collegamento a questa parte

Ecco il link alla mia domanda:

http://www.linkedin.com/answers/startups-small-businesses/starting-up/STR_STP/116423-6980213?browseIdx=0&sik=1192746263963&goback=%2Eamq

posted October 16, 2007

Eugenio S.

Project Manager at Reply

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Rispondo direttamente alla domanda originale: qual'è il problema?
Banale: i soldi, l'infrastruttura, una visione dei nostri governanti che rimuova gli ostacoli.
Articolata: in Francia ed in Nuove Zelanda (si, un paese con meno di 5 milioni di abitanti) hanno fatto i conti di quanti miliardi di euro lo sviluppo della fibra ottica nel paese possa apportare (non alle casse dello stato, ma come risparmi dell'efficientamento di molti processi, sia B2B che B2G), mentre da noi se tutto va bene le licenze wimax le prenderanno ...sappiamo chi. Ecco il primo problema, ad oggi una piccola azienda localizzata in una valle Bergamasca ha un accesso alle infrastrutture telematiche penoso e costosissimo. Provate a chiedere a chi ci vive e lavora, io l'ho fatto (chiederlo, non lavorarci) e mi sono reso conto che le aziende si trovano di fronte a grossi ostacoli.
Ai costi di connettività "land line" fanno eco quelli di connettività mobile, che sono fra i più alti d'europa. D'accordo, abbiamo un'orografia che non aiuta nell'istallazione di antenne e ponti radio, ma insomma...

Il problema culturale c'è, niente da dire. Ma ad un imprenditore competente e cosciente del proprio business, se fate vedere i vantaggi, numeri alla mano...non c'è motivo per cui non debba seguirvi nello sviluppo di un nuovo canale o di una nuova tecnologia. Anche se fosse puro FUD come il web 2.0. Chiedete ai produttori del Nabaztag.

Links:

Clarification added October 18, 2007:

Sto proseguendo la discussione con alcuni di voi qui: http://www.schinina.it/?p=196

posted October 16, 2007

Giuseppe R.

Senior Marketing Manager

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Aggiungere che si tratti di un problema culturale è banale, anche perché alcune tecnologie sono diventate rapidamente mature (tutto è rapido sul web, anche l'invecchiamento). Fra le varie ragioni, però, vorrei avanzare anche quella sulla non immediata chiarezza dei benefici che si possono ottenere, sia in termini di maggiori ricavi sia di minori costi. In aziende di piccole dimensioni si tende ad applicare i comportamenti delle grandi aziende in modo emulativo, e questo non può che penalizzare il web che ancora non è gestito dalle grandi aziende italiane come avviene all'estero (basti pensare ai siti delle aziende di servizio presenti nelle diverse aree d'Italia). Senza parlare di strumenti come i blog e altre applicazioni web che restano ancora soluzioni sospette, quasi pericolose. In queste società i processi decisionali di solito sono "padronali", fatti da persone che ha ancora problemi a programmare il videoregistratore... figuriamoci il web!

Giuseppe R. also suggests this expert on this topic:

posted October 16, 2007

Flavio Maria R.

Senior Manager at Deloitte Consulting

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Aggiungerei un ulteriore elemento il tempo.
Basandomi, come tutti, sul mio bagaglio professionale ho ormai consolidato alcuni elementi, che riporto per comodità:
1) l'informatica nelle PMI deve fare miracoli;
2) i miracoli devono dare risultati immediati;
3) i risultati devono prescindere dai processi;
4) i processi devono essere semplici per essere implementati a costo zero;
5) la formazione è un di cui.
Da cui traggo un'equazione l'informatica deve fare miracoli a costo zero senza formazione altrimenti non serve.

Tale mia banale teoria si bada sul delivery in una PMI romana di tre sistemi che sono abortiti non rispondendo ai requisiti di cui sopra.....

posted October 16, 2007

Carlo R.

Managing Partner at CRConsultingnet

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Best Answers in: Organizational Development (1)

Tutto vero, anzi verissimo quello che ho letto sinora ma.....e se non fosse SOLO cosi ?

Siamo sicuri che l'unica causa sia una mancanza generazionale di cultura ?

Mi piacerebbe che fosse così perché vorrebbe dire che si guarisce mano a mano che la generazione imprenditoriale cambia, ma se fosse anche colpa nostra ?

Nella mia esperienza personale un imprenditore fa ciò che gli conviene, e credo sia l'esperienza di molti, non è che ci siamo concentrati troppo sulla soluzione tecnica ed abbiamo dedicato troppo poco tempo alla costruzione del 'business case' e alla presentazione completa del progetto?

Forse abbiamo tralasciato o mancato di approfondire i motivi del ROI del progetto per l'imprenditore ?

posted October 16, 2007

Andrea S.

freelance journalist (andrea.settefonti@gmail.com) TopLinked.com

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Credo sia troppo banalizzante, e, mi permetto, snob, dire che la mancanza di innovazione tecnologica sia legato ad un problema culturale. Evidentemente chi sostiene che questo sia l'unico elemento, non conosce la realtà delle pmi italiane. In Italia le pmi sono davvero piccole, si tratta spesso del titolare e poco più. Quindi innovarsi, investire in IT o in Ict è un costo. Un costo vero, in termini di aggiornamento, in termini di tempo da impiegare per utilizzare la tecnologia, in termini di persone da assumere per utilizzare quella tecnologia.
E poi ci sono i dubbi e i costi da sostenere per l'acquisto. Ci sono i problemi legati alla scarsa qualità dei servizi (l'Italia è l'ultima in Europa per la banda larga, l'Adsl non arriva ovunque, la mancanza di sicurezza nei trasferimenti di denaro e negli acquisti). Insomma le pmi sono una realtà che andrebbe aiutata a crescere sotto il profilo tecnologico.

posted October 17, 2007

Emanuele N.

4 languages, international experience, web engineer and more...

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Best Answers in: Using LinkedIn (1)

Dopo un anno di vita, soprattutto lavorativa, in Giappone il ritorno in Italia è stato abbastanza shockante!
La realtà che ho potuto notare intorno a me, non soltanto nel mondo del lavoro, mi è sembrata piuttosto limitata e proprio per questo limitante.

Dal mio punto di vista il problema in Italia è soprattutto culturale, nel senso che, pur essendo collegati ad un continente, l'Europa (in forte investimento e crescita), ed essendo vicino a Paesi che si danno molto da fare per migliorarsi, l'Italia e moltissimi dei suoi abitanti sono bravi solamente a far arrivare sera, a portare a casa lo stipendio e soprattutto a tenere gli "altri" fuori di casa.
Questo porta ad un atteggiamento da "cavallo coi paraocchi" che può (e forse vuole) solo fare quel po' che vede davanti a sè e si perde tutte le opportunità che invece ci sono intorno.
Lo stesso si ripercuote sulle PMI soprattutto quando queste sono alla ricerca di servizi innovativi che le istituzioni e le infrastrutture DOVREBBERO garantire, ma invece proprio queste diventano i paraocchi per le PMI.
In Giappone, se il cliente ha un minimo problema, se l'impiegato allo sportello non può risolverlo, questo va a scomodare il suo superiore, e questo altri ancora finchè il cliente esce soddisfatto, sia nel privato che in ambito aziendale.
In Italia, se il cliente ha un minimo problema, o conosce qualcuno direttamente (e comunque ci vuole tempo), o deve chiamare un call center a cui risponde un addetto che conosce a memoria una bella filastrocca, ma non può risolvere alcun problema, anzi propone al cliente nuove soluzioni spesso sconnesse dalle sue esigenze, in modo da farlo tacere il prima possibile.

Per i fondi è lo stesso, ce ne sarebbero tanti, solamente da gestire, solo che spesso tasse, bolli, consulenze e compagnia bella risucchiano più del dovuto nell'ottica che ogni singolo gradino della scala debba arricchirsi il più possibile prima di poter passare al successivo.
Nella mia idea le PMI sono abbastanza in alto, e per questo quello che rimane dei fondi non è che una minima parte.

Finchè rimaniamo ancorati a questo modo di pensare ed agire (io, io, sempre e solo io) rimarremo fermi dove siamo, bravi a lamentarci ma incapaci di rimboccarci le maniche e ripartire.
Tanto vale uscire dalla UE, almeno non saremmo una palla al piede di chi vuole darsi da fare....

posted October 17, 2007

Franco P.

at Free Consultant at MySelf

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In Italia se vogliamo trovare le cause di un problema, di una mancanza, di un ritardo non c’è che l’imbarazzo della scelta, ne abbiamo visione, ahimè, quotidianamente e sono tante. Ovviamente se poi si vuole individuare il “colpevole” risulta impossibile, dal che la “vittoria ha tanti genitori mentre la sconfitta è orfana”.

Sul digital divide delle PMI, prima ancora di definire se sia culturale o meno, vorrei chiedere quante sono in Italia le aziende che possono definirsi storicamente multinazionali? Vedi ENI, Pirelli e poi?

Dove per multinazionale si intende, oltre ad essere presenti in più paesi e continenti, anche la capacità di governare centralmente, ancor più di saper costruire e tenere viva la filosofia del Gruppo. Quest’ultima non è solamente la cosidetta mission, ma è l’etica aziendale che fa sì che la persona delle Filippine si senta partecipe alla pari del suo collega statunitense o europeo.

Se vogliamo possiamo chiamare questo cultura e quindi l’aspetto connesso definirlo culturale. Al che ci si deve chiedere quante siano le aziende italiane che hanno questa anima culturale, quindi scoprire che se non l’hanno le grandi aziende, men che meno l’avranno le PMI.

Le nostre aziende sono state per troppo tempo abituate a fare una gestione basata sugli aiuti della “grande mamma” statale, guardando più che altro alla concorrenza locale, e ragionando nella logica di investire 1 per ricavarne subito 1,01. Per fare ciò i processi indispensabili sono i classici di produzione, acquisti, vendita, contabilizzazione, sommato un po’ di sviluppo interno di innovazione di prodotto. Il resto è tutta “roba” che difficilmente si comprende, quindi come tale può essere eliminabile. È quello che accaduto in questi anni in Italia, dove la reazione alla riduzione dei margini e dei ricavi si è concentrata sulla drastica riduzione dei costi, tramite il rinnovo “del sangue interno” (con nuovi lavoratori a minor costo) e con il taglio delle strutture organizzative e di servizio in genere, che non hanno riflessi immediati sui processi di cui prima.

Se ora vogliamo riprendere il digital divide delle PMI ci accorgiamo allora che il tema ci sta come i cavoli a merenda: sono l’ultimo dei problemi delle PMI, purtroppo.

Chi scrive non è d’accordo pvviamente con la scelta delle PMI, ed ancor meno di quelle più grandi, fosse per altro che da trent’anni batto il tema IT coniugato nelle sue più svariate forme, quindi ritengo di aver acquisito un po’ di sana esperienza sulle implicazioni organizzative e di business connesse all’informatica, da alcuni anni a questa parte letteralmente esplose con lo sviluppo di internet. Tuttavia questo è lo stato dell’arte, il che farà perdere ancor più competitività nel futuro all’azienda Italia.

Per dipingere il cielo di un po’ di azzurro occorre attivarsi e modificare sicuramente qualcosa, ma per le possibili soluzioni dovremmo “postare” un’altra domanda.

posted October 17, 2007

Paolo C.

Wholesale Roaming Manager

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Non dico una cosa nuova se confermo che la risposta è legata ad un problema culturale che l'attuale struttura della nostra economia, per larga parte ancora assistita dallo stato, non aiuta certo a superare.
Per esperienza diretta posso dire che al SUD, che possiamo far partire da Roma in giù, ogni imprenditore trova sempre un finanziamento, magari a fondo perduto, per portare avanti stancamente il proprio business oppure si muove in un mercato in qualche modo protetto e quindi ha ancora meno stimoli. In fin dei conti l'obiettivo di molti imprenditori è portar a casa ogni anno quei soldi che gli servono per vivere, magari anche bene, senza dover rischiare. Fare innovazione significa anche rischiare e se il mercato non stimola il rischio non c'è neppure innovazione.
Lo stato ha messo a disposizione delle PMI molti soldi, con diversi strumenti sia del MURST sia delle diverse agenzie per lo sviluppo e delle regioni, per fare innovazione nell'ambito del ICT e come spesso accade i soldi sono stati distribuiti male e senza controlli favorendo l'arricchimento di pochi a scapito della comunità.
Quindi volendo riassumere si potrebbe sperare in una liberalizzazione spinta di tutti i mercati, togliendo potere discrezionale a chi deve dare autorizzazioni anche per aprire una pizzeria a taglio, e limitare l'intervento dello stato come stimolo dell'innovazione, tagliando i finanziamenti a fondo perduto che alla fine altro non sono che le nostre tasse redistribuite senza controllo.

posted October 18, 2007

Raffaele M.

Account Manager Telecom Argentina / Telecom Personal at ENGINEERING.IT

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Penso che sono state dette tante cose giuste su questo blog.
Concordo che i grandi "assenti" sono:
> la cultura dell'innovazione nell'impresa ed
> una sana ed intelligente politica economica che faccia gli
interesse della nazione attraverso le sue aziende, anche quelle piccole.
Difatto con eventi macro, come la globalizzazione, molte piccole imprese sono in grande sofferenza (se stanno ancora a soffrire), e cio' è vero anche per via delle innovazioni mancate.
Ma in particolare condivido opinioni -come quella di Simone Cicero- che mettono in evidenza anche il lato carente nell'offerta.
Bisognerebbe capire -magari in un altro post- quale sorta di offerta IT
-una sorta di survival kit- suggerire/offrire loro.

posted October 18, 2007

Cristiano Z.

Member of board presso inSIAMO S.c.a.r.l.

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Sono sostanzialmente concorde con quanto detto finora ma proviamo ad andare in una direzione leggermente differente?

chiediamoci perchè non c'è cultura nelle PMI Italiane (e forse anche in tante grandi).

secondo me siamo:

1 - un popolo che, abituato a competere senza intervenire sui costi ma usando la svalutazione, ha perso di vista il focus sulla razionalizzazione dei processi e sul valore della conoscenza (e quindi gestione delle informazioni)

2 - pensiamo "piccolo è bello" e quindi abbiamo un enorme quantità PMI che non sono in grado di comprendere la complessità della globalizzazione, figuriamoci competere.

3 - pensiamo sempre che il "nemico è la fuori" e non valutiamo cosa possiamo fare per superare i vincoli che ci imponiamo

si potrebbe continuare l'elenco ma i primi tre punti ci devono già fare riflettere e probabilmente suggerire quali strade debbano perseguire gli enti preposti per ridurre questo gap.

Aggiungo un'altra domanda che dovrebbe sorgere, quante sono le PMI che investono in formazione nei confronti dei propri collaboratori?!?

posted October 19, 2007

Alberto B.

Strategic IT consultant at Avanscoperta S.r.l.

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Best Answers in: Software Development (2), Web Development (1)

In molte realtà - piccola o grande impresa, cambia relativamente poco - l'IT è essenzialmente considerato come uno strumento di servizio al core business, non necessariamente un vantaggio competitivo. Negli USA (dico una nazione stereotipo) l'IT è in molti casi parte integrante per definirire l'efficienza del business. Cinicamente, anche perchè permette di fare a meno di forza lavoro, ed in Italia la situazione è meno flessibile. O meglio permette di fare a meno dei giovani "precari" e non dei meno giovani.

In molti casi la percezione del vantaggio business derivante da un progetto IT, semplicamente non c'è. Perchè il progetto "insegue" anzichè anticipare, e perchè la qualità del prodotto in termini di tempi di consegna, rispondenza alle aspettative è spesso miserevole. Troppe volte ho visto progetti sforare il budget con qualità percepita pessima.

Il mercato italiano è complice: da un lato è vero che certi rapporti commerciali - ma anche la gestione delle risorse umane - avvengono per passaparola, dall'altro è anche vero che le PMI che si rivolgono non solo all'italia, ma verso il mercato europeo questo gap lo devono forzatamente colmare. Altrimenti restiamo una nazione "arroccata" in difesa e senza possibilità di "contropiede"

Il sistema educativo è pesantemente corresponsabile. Produce laureati più anziani della media europea, e spesso più improduttivi (programmi vecchi quanto i professori, scollegati dal mercato, incompleti etc.). La possibilità per guiovani laureati di dare un contributo creativo "immaginifico" all'azienda è ridotta quaqsi ad un'anomalia statistica (ma Google o Amazon sono state PMI prima di diventare colossi...) inoltre non forma nessuna professione all'imprenditorialità. Da Ingegnere (esempio a caso) ho bisogno di un commercialista per mettermi in proprio, e di una buona dose di incoscienza per fare una startup. In altre nazioni posso prendermi questo rischio con minori conseguenze.

Il ricambio generazionale in certe aziende non esiste. Nelle PMI il problema è probabilmente più acuto. Chi decide è di un'altra generazione. Che "clicca" controvoglia.

posted October 19, 2007

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